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Fiabe di Leonardo da Vinci



- I gufi e la lepre-

Appollaiati sul ramo, due gufi guardavano una lepre correre nel campo.
- Povera lepre - disse un gufo. - Non ha nemmeno il coraggio di tornare nella sua tana. -
- Perché? - domandò l'altro.
- Perché ha paura. -
- Paura di entrare in casa sua? -
- La lepre è fatta così - replicò il gufo che aveva parlato per primo. - Vive sempre nel terrore, e ora che l'autunno cambia il colore delle foglie e le stacca dai rami, essa non osa nemmeno guardarle; scappa di qua e di là, terrorizzata da questa pioggia di colori. -
- Ma allora è vile! -
- Certo. E a forza di correre finirà in qualche tagliola, o sotto il tiro dei cacciatori.


- Il Mugnaio e l'asino -

Un tale voleva dimostrare di essere già stato altre volte in questo mondo, e per avvalorare la sua affermazione citava il filosofo Pitagora; ma un altro, interrompendolo di continuo, non gli lasciava finire il discorso.
Allora il primo disse all'altro:
- E a dimostrazione di esserci stato altre volte, mi ricordo che tu, nella vita precedente eri un mugnaio. -
Allora l'altro, sentendosi mordere da quelle parole, gli rispose:
- E' vero. Hai ragione. Quello che ora tu mi dici, mi fa ricordare che eri proprio tu quell'asino che portava la farina al mio mulino. -


- Il ragno e l'ape -

Una mattina di primavera un'ape operaia andava girovagando da un fiore all'altro in cerca di polline.
All'improvviso, uscendo da una corolla, cascò nella rete di un ragno.
Nascosta dietro una foglia, il piccolo ragno si rallegrò ed accorse.
- Sei un traditore! - gli gridò l'ape. - Tendi le tue trappole per uccidere chi lavora! -
Il ragno si avvicinò ancora di più, e l'ape, voltandosi, cercò di colpirlo sfoderando dall'addome il lungo pungiglione.
Ma il ragno si scansò in tempo e le saltò addosso.
- Ape, con che diritto osi giudicarmi? - le rispose tenendola stretta. - Tu sei come la frode: hai il miele in bocca e di dietro il veleno. -


- Il morso della tarantola -

Un contadino stava vangando il suo campo, quando da una zolla scappò fuori una grossa tarantola.
- Che brutto ragno! - esclamò il contadino tirandosi indietro.
- Se mi tocchi ti mordo - sibilò inferocita la tarantola. - E ti avverto che il mio morso è velenoso e ti farà morire tra dolori atroci. -
Il contadino la guardò e capì subito che mentiva perché parlava troppo.
Fece un passo avanti e la pestò col piede scalzo dicendo:
- O vediamo un po' se mi farai morire per davvero! -
La tarantola, schiacciata, aveva fatto in tempo a morderlo, ma il contadino rimase nel suo convincimento, continuando a pensare che le minacce di quel ragno erano vane: e il morso, difatti, non gli dette che un po' di bruciore.


- Il calore del cuore -

I due giovani struzzi erano disperati.
Ogni volta che si mettevano a covare le uova, il peso del loro corpo le rompeva.
Un giorno decisero di andare a chiedere consiglio ai loro genitori che abitavano dall'altra parte del del deserto.
Corsero per molti giorni e molte notti, e finalmente arrivarono al nido della vecchia madre.
- Madre - dissero - siamo venuti a chiederti come possiamo fare per covare le uova. Ogni volta che ci proviamo si rompono. -
La madre li ascoltò, poi rispose:
- Ci vuole un altro calore. -
- E quale? - domandarono gli struzzi.
- Il calore del cuore. Voi dovete guardare la vostre uova con amore, pensando alla creatura che ci dorme dentro; lo sguardo e la pazienza lo risveglieranno. -
Gli struzzi ripartirono, e quando la femmina ebbe deposto un altro uovo, si misero a guardarlo con amore, senza perderlo mai di vista.
Passarono così molti giorni; quando, ormai, erano allo stremo delle forze l'uovo incominciò a cigolare, s'incrinò, si ruppe, e una piccola testa di struzzo fece capolino dal guscio.




-La Sirena-

Il vento era caduto, le vele si erano afflosciate sull'albero; nella notte appena rischiarata dalla nuova luna la nave dondolava leggermente sullo specchio nero dell'acqua, quando la sirena cantò.

Parve ai marinai di sentire un fruscio come di una brezza leggera; poi come una musica che salisse dal mare profondo; poi come una voce dolcissima, mai udita prima; e finalmente il canto li avvinse ad uno ad uno in un sonno senza risveglio.

La sirena, infatti, quando i marinai furono addormentati, montò sulla nave, li toccò uno dopo l'altro con la sua mano micidiale, e tutti, senza accorgersene, passarono, sognando, dal sonno alla morte.

(da Leggende: Lusinghe over soie di Leonardo Da Vinci)


di Leonardo da Vinci